martedì 15 febbraio 2011

La vita come pratica: prendere il quotidiano come via

venerdì 11 febbraio 2011

Molte vite un solo amore - Brian Weiss

Una parte che mi ha colpito del libro in oggetto (titolo originale: Only Love is Real” 1996 Brian Weiss).
Il titolo in Italiano è mal tradotto e lo si capisce all’interno del libro: "Solo l’amore è vero" ci stava molto molto meglio.
“..quando stai portando amore e non hai paura, sai anche perdonare. Puoi perdonare gli altri, e puoi perdonare te stesso. Cominci così a vedere il mondo nella giusta prospettiva. Senso di colpa e rabbia sono riflessi della stessa paura. Il senso di colpa è una rabbia sottile diretta all’interno. Il perdono dissolve il senso di colpa e la rabbia. Sono emozioni inutili e dannose. Perdona, dunque, perché questo è un atto d’amore.
L’orgoglio può intromettersi, prendendo il posto del perdono. L’orgoglio è una manifestazione dell’io. L’io è transeunte, un falso sé. Tu non sei il tuo corpo . Tu non sei il tuo cervello. Tu non sei il tuo io. Tu sei molto di più dell’insieme di queste cose. Hai bisogno del tuo io per sopravvivere nel mondo tridimensionale, ma hai bisogno solo di quella parte dell’io che elabora l’informazione. Il resto – tutto ciò che ha che fare con l’orgoglio, l’arroganza, gli atteggiamenti difensivi, la paura – vale meno che niente.
Questa parte dell’io ti tiene separato dalla saggezza , dalla gioia.... 
Devi trascendere il tuo io e trovare il tuo vero sé....
Nel mondo tridimensionale l’intelletto è importante, ma più importante ancora è l’intuizione.
Non bisogna scambiare la realtà con l’illusione. La realtà è il riconoscimento della tua immortalità, divinità, atemporalità. L’illusione è il tuo transeunte mondo tridimensionale. Dalla confusione tra realtà e illusione può nascere solo danno. Così brami l’illusione della sicurezza anziché la sicurezza della saggezza e dell’amore. Aspiri ad essere accettato quando, in realtà, non puoi mai essere respinto. L’io crea l’illusione e nasconde la verità. Per poter vedere la verità, l’io deve dissolversi.
Con l’amore e la comprensione si apre la prospettiva dell’infinita pazienza. Che senso ha il tuo affanno? Non c’è tempo comunque , se ti metti su quella strada. Quando non vivi il presente , quando sei assorbito nel passato e preoccupato per il futuro, ti spezzi il cuore e provi solo pena. Anche il tempo è un’illusione. Persino nel mondo tridimensionale, il futuro , il futuro è solo un sistema di probabilità. Perché ti preoccupi così? “


domenica 30 gennaio 2011

Vita del Buddha - Sherab Chodzin Kohn

Sherab Chodzin Kohn, discepolo del maestro tibetano Chogyam Trungpa, di cui ha tradotto molti libri, è tra i curatori dell'antologia bestseller The Buddha and His Teachings. Insegnante di buddhismo e meditazione dal 1973, ha tradotto in inglese molti libri di riferimento, tra cui una celebre versione di Siddharta di Hermann Hesse.
Il Buddha non è un Dio ma un uomo realmente esistito. Il racconto della sua vita e del suo "risveglio" non è quindi solo la storia della nascita di una religione ma anche uno dei miti archetipici della ricerca spirituale connaturata alla natura umana. In questo libro, che ha già riscosso ottime recensioni a livello internazionale, Sherab Ohodzin Kohn narra la vicenda terrena del principe Siddharta Gautama, vissuto nel VI secolo a.C. in un piccolo stato dell'attuale Nepal, che, all'età di ventinove anni, lasciò gli agi della sua condizione e gli affetti familiari per cercare la via della liberazione dal dolore. Ripercorrendone la storia, Chodzin Kohn offre insieme al racconto biografico una summa degli insegnamenti del Buddha, in uno stile narrativo piacevole che non rinuncia mai al rigore della ricerca storica.


mercoledì 5 gennaio 2011

Le quattro nozioni fondamentali

Tangpo gom dja dèl djor rinntchèn di
tob ka dji la taré teun yeu dja

Nyipa neutchu tamtché mitag tching
geusou drowé tséso tchoubour dra
namtchi tchamé chitsé ro rou gyour
déla tcheukyi pèntchir tseunpèi droup

Soumpa chi tsé rang ouang minndou war
léni daguir dja tchir dig pa pang
géouèi djawé tagtou dawar dja
ché sam nyin ré rang gyu nyi la tag

Chipa korwé nédro demdjor so
doungèl doumgyi tagtou narwèi tchir
seusar tripèi chémèi gateun tar
chèntri tchéné tseunpé djangtchoub droup


venerdì 31 dicembre 2010

Lo Yoga della divinità - Divinità e teismo

Il buddha-dharma è un approccio non-teista e le divinità non vanno intese in senso antropomorfico o come aventi una realtà individuale, una realtà che ne faccia un'entità «altra» esistente in sé.
Nell'essenza, la divinità non è altro che la mente stessa del meditante, l'aspetto puro di essa. Quando l'ego del meditante non è più là, senza «io» né «altro», appare l'unione divina; la sua realizzazione è libera da ogni individualità e da ogni dualità.
È la pienezza: non c'è niente che sia altro.
Stiamo attenti a non incappare in un certo numero di scogli e di deviazioni che si manifestano spesso: è importante distinguere bene la pratica di una divinità da un approccio teista nel senso comune del termine.
L'approccio teista è, comunemente, in stretto rapporto con l'antropomorfismo del quale si possono distinguere diversi livelli: grossolano, sottile ed essenziale.
L'antropomorfismo grossolano è quello di Dio, il vecchio nel suo paradiso al di sopra delle nuvole. Non ne parliamo perché ciò che questa concezione ha di semplicistico e di materialista è evidentissimo.
L'antropomorfismo sottile è più pernicioso. Non si attribuisce più a Dio una forma umana ma una mentalità umana e perfetta. Pur non essendo ad immagine fisica dell'uomo, ne ha i sentimenti, agisce, prende iniziative, ha delle intenzioni.
Detta la sua legge, giudica, castiga, ricompensa, ama, apprezza, disapprova. Ha tutte le caratteristiche della mente umana, ma prive delle loro imperfezioni abituali.
L'antropomorfismo essenziale consiste nel trasporre la modalità cognitiva umana e dualista alla divinità e nel fame qualcuno, una persona che esiste. Si tratta in effetti di attribuire a Dio un'identità che lo fa essere altro. L'antropomorfismo essenziale è l'esperienza dualista di Dio. Se si pone questa dualità come irriducibile, si assolutizza il relativo, il relazionale dualista e si resta prigionieri in esso.
Queste puntualizzazioni ci permetteranno di evitare le derive nella pratica, ma stiamo attenti dal considerarle come delle critiche rivolte ad una particolare tradizione. Ogni tradizione ha diversi livelli di comprensione. Si tratta perciò di una messa in guardia di fronte a certe comprensioni e deviazioni che sono state chiamate: «stato di mente (d'animo) teista».
Queste deviazioni sono a volte credenze popolari, altre volte possono costituire la quasi totalità delle prospettive di una tradizione;
quali che siano esse si incontrano in diversi gradi in tutte le tradizioni e sono in effetti la riduzione della divinità ad una prospettiva dualista e la sua reificazione in quella che si può definire una forma di materialismo spirituale.
A livello essenziale, le tradizioni teiste e non teiste possono ricongiungersi in un'unione trascendente, ma questa è sempre al di là dell'antropomorfismo e del suo materialismo spirituale.
La divinità nel Yajrauàna non è mai Dio, «il completamente altro». La natura della divinità è vacuità e la vacuità non è qualcosa che esiste. In questo senso la divinità è Dio se accettate che Dio non esiste! Cosa che un teista ordinario non ammetterebbe mai. Tuttavia la vacuità non è un'inesistenza, la sua assenza di dualità è il luogo di una presenza. Questa presenza è la Chiara Luce, la natura della divinità.
È importante fare attenzione a non scivolare nelle deviazioni della «mentalità teista» che provocano grossi ostacoli sulla via; l'impronta culturale occidentale, sia religiosa che laica, predispone a ciò. Il rischio è tanto maggiore quanto più delle somiglianze superficiali possono facilmente evocare, «dall'esterno», assimilazioni frettolose ed ingannevoli.
È una delle ragioni per cui delle buone basi nella comprensione del dharma sono importanti per affrontare il Vajrayana.
In particolare, solo nozioni ed esperienze di base della vacuità permettono di evitare gli scogli antropomorfici e permettono il giusto approccio alla pienezza divina della vacuità.
Nell'approccio del dharma noi siamo fin dall'inizio portatori della natura di buddha, di tutte le sue qualità, della sua realizzazione. Essa non è qualcosa che ci deve essere data, è in noi nel più profondo di noi stessi.
Essa non è affatto da costruire ma solo da scoprire; è una natura alla quale bisogna risvegliarci.
Praticando una divinità, non vi rivolgete ad un altro ma alla vostra natura risvegliata.
Essendo questa natura esterna al nostro ego, è giusto, dal suo punto di vista che è il nostro all'inizio, rappresentarcela come distinta da noi stessi. Eppure questa esteriorità è fittizia e sarà infine superata nel non-ego privo di dualità.
Secondo il dharma, l'aldilà esiste solo in rapporto all'aldiquà ed è capendo l'irrealtà dell'ego di qua che si afferra quella dell'aldilà, dell'Altro trascendente. In altri termini, Dio non esiste che in relazione all'ego che ne è il testimone e che lo pone come «Altro». Ma l'ego non esiste fondamentalmente e nemmeno Dio «Altro» esiste fondamentalmente.
L'aldilà divino non esiste che in rapporto all'aldiquà egoista.
Dal punto di vista del dharma, il livello relazionale è sempre relativo!
L'ultimo è l'assoluto non dualista e, perciò stesso, necessariamente non relazionale.
Si parla tuttavia di divinità nel Vajrauàna, ma essa è, nella sua natura profonda, la pienezza della vacuità aldilà di ogni nozione di «me» o di «altro», aldilà delle nozioni di «io» e di «voi».
Essa è sempre la «divinità di conoscenza primordiale»,ovvero quella che si pone al livello non dualista.

Lo Yoga della divinità - La natura della divinità

Peculiare al Vajrayana è lo sviluppo di una relazione personale con una divinità.
Nell'economia delle energie spirituali questa relazione è molto più dinamica ed efficace di una relazione impersonale.
La divinità è l'aspetto puro della mente: ciò che c'è di divino nel più profondo dell'animo di ciascuno di noi. Essa non è altro che la natura ultima della mente considerata nella sua pienezza
piuttosto che nel suo aspetto di vacuità. Il vuoto di illusioni ha per corollario la pienezza delle qualità risvegliate: è un «vuoto pieno» od una «pienezza di vacuità».
Nei Tantra questa pienezza riceve il nome di Chiara Luce della mente. L'essenza della divinità è questa Chiara Luce, la pienezza della mente pura liberata dai veli e dalle illusioni contingenti, essendo il suo aspetto manifestato attraverso la rappresentazione simbolica, all'inizio il solo accessibile alla nostra abituale mente concettuale.

giovedì 30 dicembre 2010

Lo Yoga della divinità - La divina approssimazione

Quando riceviamo un’iniziazione, il maestro-vajra ci dà una divinità (yi-dam) da visualizzare in accordo col nostro temperamento (intellettuale, passionale, ecc.). Ora, la “divina approssimazione” o “approccio preliminare”  è il periodo iniziale del devayoga, in quanto ci si familiarizza con quella determinata divinità avvicinandosi sempre più alla sua condizione.
Prima di meditare su un corpo divino, occorre stabilire attraverso il ragionamento la propria esistenza non-intrinseca ; poi questa stessa mente che ha come oggetto la propria Vacuità, si manifesta sotto forma di volto, di membra, ecc. della divinità (ad es., Vairocana). Questi due elementi (la saggezza che riconosce l’esistenza nonintrinseca e l’idea della divinità) sono un’unica entità : la mente che constata la Vacuità sotto forma di divinità ha come suo oggetto referente la Vacuità e come suo oggetto apparente e convenzionale un corpo divino. Con l’esercizio, gradualmente ci si abitua a questa manifestazione di una divinità priva di esistenza reale, simile ad un’illusione. La forma divina, come pure i suoni, ecc. si manifesteranno ancora, ma la nostra mente constaterà o coglierà esclusivamente la Vacuità.
Avvicinandosi sempre più alla condizione della divinità del devayoga, la divinità stessa elargisce allo yogi le siddhi - o direttamente o conferendo alla mente del praticante una determinata capacità.
Dopo il completamento dell’ “approssimazione divina” avviene la vera e propria acquisizione delle siddhi mediante il compimento delle pratiche prescritte (ripetizione di mantra, ecc.). Infine, tali siddhi vengono impiegate dal praticante per il bene altrui, cosicchè si ha un’ancor più grande accumulazione di meriti (che ci faranno raggiungere la buddhità più rapidamente che non col Veicolo
dei Sutra).